La società patriarcale esiste: negare la verità non cambia la realtà

“Società patriarcale” non è una parolaccia, né un’offesa: è il termine appropriato che descrive una società caratterizzata dalla presenza e dall’autorità del patriarca, che in genere, in famiglia, faceva capo al padre. Cioè all’essere umano di sesso maschile.

Sino all’altro ieri – anche in Italia – le donne non potevano frequentare l’Università, ricoprire incarichi in Pubblici uffici, firmare contratti senza l’autorizzazione del marito, votare, portare il loro cognome da sposate. Perché fossero elette – almeno per un terzo – nei consigli di Amministrazione è servito l’obbligo delle “quote rosa” (era il 2011). Solo dal 2012 hanno potuto prendere parte a tutte le discipline olimpiche (alcune delle quali erano sino a quel momento, vietate alle donne). Per la prima donna alla Presidenza della Corte Costituzionale abbiamo dovuto aspettare il 2019. Nel 2013 c’è stato bisogno di nuove norme contro il femminicidio e per proteggere le vittime. Ancora oggi questo fronte è aperto e alla ricerca di soluzioni più efficaci.

– Riflessioni e approfondimenti nella prospettiva della comunicazione valoriale, che pone la persona al centro, della propria evoluzione, della vita, delle relazioni. La realtà migliore esiste solo se la crei. A cura della dr.ssa Annarosa Pacini –

Cultura ed educazione: come si crea una “mentalità”

È chiaro a tutti – basta guardare le cronache degli ultimi anni – che una cultura punitiva e repressiva si risolve il problema. Perché i comportamenti sono espressione della cultura e di mentalità di una società, dei valori cui questa si ispira e di come vengono messi in atto.
Perciò sì, la società patriarcale esiste, e resiste, all’interno di una cultura che svilisce il valore dell’essere umano e mercifica corpi ed anime. Non servono punizioni: serve un approccio nuovo, alla visione dell’esistenza, che riparta dal rispetto e dalla tutela della dignità umana, che ne sostenga l’espressione e il valore. Di ogni essere umano.

Le discriminazioni di genere dentro le parole

Vorrei appena ricordare quanto questa visione che vede la donna inferiore all’uomo sia ampiamente codificata all’interno della nostra cultura.
Una “signorina” è una “zitella”, termine velatamente dispregiativo per etichettare una donna senza marito.
Il “signorino” era invece un giovane erede di famiglia agiata.
Un “segretario” è spesso l’equivalente di un direttore, basti pensare al “segretario generale” di un Partito politico, di una grande amministrazione.
La “segretaria”, è la segretaria, la donna che sta al servizio del capo. Certo, oggi sappiamo bene che chi si occupa di una segreteria è persona che deve avere talenti e capacità in buona misura, per confrontarsi con le richieste esterne ed interne. Ma sempre la parola rimanda ad una discriminazione di genere.
Per non parlare di parole come “prostituta” (o più volgari sinonimi) che, nell’uso corrente, non vedono un corrispondente termine maschile di uso comune.
Un uomo che voglia fare il libertino, viene etichettato come “dongiovanni”, personaggio di opere letterarie e musicali. Un personaggio, un protagonista.
Ma una donna che voglia vivere liberamente la sua vita sentimentale dubito fortemente che possa essere etichettata con termini altrettanto compiaciuti.

Libertà di essere: la “normalità” è un’invenzione (e gli stereotipi una prigione)

La questione va ben oltre l’uso del maschile, del femminile o dello schwa. Tutto il nostro vocabolario è androcentrico, come lo è, purtroppo, gran parte della cultura. I termini sono stati pensati, parlati e scritti all’ombra di una cultura patriarcale, in cui la donna era destinata ad essere fattrice (ricorda il dizionario: “Femmina di animale di razza, destinata alla riproduzione”), al servizio della famiglia (patriarcale, perciò, dell’uomo).

Ancora oggi (2023) si creano inesistenti antagonismi, tra donne che vogliono essere madri, e donne che non avvertono questo desiderio come primario. Identificando l’essere umano con la sua funzione. Ma anche la scelta – o la possibilità – della maternità, rientra, a pieno titolo, tra i diritti personali dell’essere umano. Libertà di scelta, questa è la parola magica. Libertà di essere, al di fuori dei generi e degli stereotipi.
Perché dovremmo giudicare, o, peggio, condannare, un essere umano per le sue scelte di vita personali?

Perchè riconoscere la verità è l’inizio del cambiamento

Non è un problema, in fondo, la cultura patriarcale. Del “pater familias” esistono tante versioni, anche quella di colui che protegge chi ama, che si prende cura della sua famiglia. “Famiglia” in senso ampio: l’umanità tutta, è una famiglia. Che deve la sua permanenza su questo mondo a Gaia, che è una madre. La madre Terra.

Ma quando, anche di fronte a tragedie – l’ennesima – come quella che ha visto vittima Giulia Cecchettin, i politici – i portavoce e rappresentanti della società che li ha eletti –, che dovrebbero farsi garanti e portavoce dei giusti diritti di tutti, del tutto privi di quell’amore del pater familias, occupano le pagine dei giornali e dei siti web con castronerie e baggianate, è lì, che comprendiamo che c’è davvero da preoccuparsi.

Come diceva Edgar Morin, “E’ meglio una testa ben fatta piuttosto che una testa ben piena”, ma qua pare di trovarci, ahinoi, di fronte a teste ben vuote. Eppure c’è anche un’altra faccia della medaglia: le voci di chi non cede, di chi crede che un cambiamento ci può essere, di chi si alza in piedi, per chi non può farlo più.

Perché non è negando la realtà, che la si trasforma: è decidendo di migliorarla, di riparare le ingiustizie, di proteggere e coltivare i valori che rendono umana l’umanità.
Una società giusta è una società che non lascia indietro nessuno.

“Se la mente degli esseri viventi è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente”
(Nichiren Daishonin, “Il conseguimento della Buddità in questa esistenza)

“In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili”
(Papa Giovanni XXIII, Pacem in Terris)

Per chi vuole approfondire:

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