Cuori di pietra: la capretta uccisa a calci e la mamma che trova un perché

È troppo facile dare la colpa alla società, ai mass media, all’era digitale. Troppo. Si dimentica che, in ogni momento, in ogni istante, ciascuno di noi è padrone delle proprie scelte. Questo vuol dire che, in ogni scelta, c’è sempre una responsabilità personale. Una responsabilità personale estesa: dal figlio al genitore, dal padre alla madre, dallo zio al fratello, dalla nonna al cugino. E poi, gli amici, i vicini di casa, del quartiere, della città, della regione, della nazione. Delle nazioni. Di nuovo, tutti sono in gioco. Ma, mentre non si può fare molto, per quello che riguarda le responsabilità di chi è lontano, si può invece fare molto per quello che riguarda le responsabilità nostre e di chi ci è vicino.

– Riflessioni e approfondimenti nella prospettiva della comunicazione valoriale, che pone la persona al centro, della propria evoluzione, della vita, delle relazioni. La realtà migliore esiste solo se la crei. A cura della dr.ssa Annarosa Pacini –

Il massacro della capretta di Agnani: quello che dice a chi sa ascoltare

La vicenda dell’uccisione della capretta a calci, ripresa con il cellulare come se si trattasse di un gioco da esibire e non di un essere vivente indifeso ucciso con indifferente accanimento, è solo uno degli ennesimi episodi di un’estate che pare la raccolta dei film splatter più disturbanti e crudeli (senza voler offendere i film splatter, che, almeno quelli, non sono realtà).

Ci sono molte spiegazioni che possono aiutare a capire come nascono, perché nascono, certi comportamenti. Spiegazioni che hanno delle ramificazioni molto ampie. L’effetto della comunicazione digitale sulle neuroconnessioni del cervello in fase di sviluppo, lo sviluppo che non si completa se non verso i 25 anni, la mancanza di adeguata elaborazione causata dalla mancanza di adeguato sviluppo della motricità fine, della scrittura, della lettura, della mano e del ragionamento. Ci sono decine e decine di studi che mostrano come certi comportamenti, tanto diffusi e generalizzati, siano legati a qualcosa che stiamo sbagliando, nel percorso di accudimento dell’essere umano. Perché, non dimentichiamolo – e ce lo ricorda chiaramente un semplice quanto lungimirante detto africano – per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Il villaggio non è estraneo al modo in cui il bambino cresce.

La grande pochezza

Lasciamo ad un altro articolo l’approfondimento della connessione innegabile e incontestabile tra l’involuzione cerebrale e il decadimento dei percorsi legati allo sviluppo ed all’apprendimento, ad ogni livello.

Qui vorrei parlare di qualcosa di più immediato: della responsabilità e delle relazioni. Delle parole e delle azioni. Una delle mamme del gruppo di ragazzi che è stato protagonista della brutale uccisione di una capretta indifesa, pare abbia scritto una lettera, spiegando che “l’animale era già agonizzante”.

Ora, cosa potrebbe mai dire un genitore ad un figlio che si è reso protagonista di tanta bruttezza? Per prima cosa, dovrebbe essere addolorato, profondamente, inconsolabilmente, per la capretta e per il figlio. Per quel cuore indurito, per quella incapacità di vedere la bellezza e la vita.

Questa sofferenza dovrebbe fare da sprone al genitore per ascoltare e parlare, e comprendere, e di nuovo ascoltare, e trasmettere, con le sue parole, il suo comportamento, le sue emozioni, quel messaggio che il figlio pare non aver raccolto, non aver udito, non avere scelto.

Dovrebbe far sua la responsabilità che vede in ognuno di noi un “genitore” che può sostenere gli altri esseri umani nella loro fioritura, e capire cosa non ha funzionato.

Perché prendere posizione è necessario

La mamma di uno dei ragazzi che hanno massacrato la povera capretta indifesa potrebbe scrivere una bella lettera aperta, a tutti (non solo al proprio figlio, e a quei ragazzi, a tutti, anche a quelli che, paladini della giusta causa, che sia la difesa degli animali o la ribellione contro la violenza gratuita, a loro volta sono in bilico tra l’essere persone giuste e lasciarsi andare alla brutalità).

Potrebbe scrivere:

“Caro figlio mio, che dolore vedere come il tuo cuore abbia perso l’amore e la pietà, la connessione con il mondo e con il bene. Che angoscia sentire le vostre risate, e capire che nei vostri giovani cuori non c’è quella compassione e quella consapevolezza che dovrebbero illuminare le vostre strade, e costruire speranza, e futuri nuovi.

Futuri difficili, sono quelli che vi troverete ad affrontare, e noi, sì, anche noi, siamo i responsabili. Eppure, c’è tanto che potete fare. Ma, per farlo, dovete avere la possibilità di vederlo. Perché ciò che non si vede, non può essere scelto. Nel buio, non si vede la luce.

Così mi addolora quella tua tragica violenza, mi angoscia quella spaventosa sofferenza che hai inflitto, mi spezza il cuore pensare al terrore e al dolore di quella vita semplice, e buona, che hai portato via.

Vorrei che fosse un insegnamento, per te, per me, per tutti noi. Che quelle immagini possano farti accapponare la pelle, che quella superficie di pietra che ti ha imprigionato il cuore potesse spezzarsi, e permetterti di tornare a vivere una vita pienamente umana.

Perché dove non c’è umanità, non c’è pietà, e dove non c’è pietà, non ci sono né amore, né speranza.

Così, chiedo a tutti, perdono, e, insieme, di cercare nuove vie, e nuove parole, perché la luce possa illuminare la via di mio figlio, dei figli di tutti, anche la nostra.

Non è rispondendo con l’odio che si risolve il male. Non è accanendosi su chi sbaglia che ripariamo il torto.

Così mi scuso, e, per quanto potrò fare, m’impegno ad essere una madre migliore, che, più di questo, non posso”.

Quello che succede se al villaggio non importa più del bambino da crescere

Invece, pare che la madre abbia scritto che quell’animale “era già agonizzante”, come dire, che se vedi qualcuno che sta male, e lo ammazzi a calci, non è così grave come se ammazzi a bastonate qualcuno che sta bene. Che si tratti di una capretta, una lumaca o un essere umano.

Se così è, la lettera mi sconcerta. Che messaggio invia? Che insegnamento dà?

Questa è la responsabilità che abbiamo: c’è poco da giustificare, una cosa sbagliata, è sbagliata.  Non diventa giusta. Il male è male, il bene è bene.

Mentre non si può fare molto, qui, e ora, per quello che riguarda le responsabilità di chi è lontano, si può invece fare tanto per quello che riguarda le responsabilità nostre e di chi ci è vicino. Iniziando dai messaggi che trasmettiamo.

Prima che sui social, nel nostro quartiere. Prima che nel nostro quartiere, in famiglia. Prima che in famiglia, dentro di noi.

Perché la violenza non nasce da sola. Il seme, da qualche parte, deve essere stato piantato. L’incapacità di empatizzare non si crea da sola, da qualche parte, deve essere stata avallata.

Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino, che non è mica un’isola. Quel villaggio, siamo anche noi. Sicché c’è molto che possiamo fare, e la prima cosa è quella di non scagliare la prima pietra, e cominciare a togliere la trave dall’occhio (nostro).

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