Le parole di Brunetta: un Ministro e il rispetto (dei lavoratori) che non c’è

Cos’è lo “smart working”? “Smart” significa anche intelligente, brillante, sveglio e rapido. Bello. Questo farebbe pensare che lo “smart working” possa essere un approccio intelligente alla filosofia e all’etica del lavoro. Invece, secondo il ministro Brunetta (ministro della Pubblica Amministrazione, nel momento in cui scriviamo), è un modo in cui gli Italiani fanno finta di lavorare. Qua siamo ben lontani dalla comunicazione valoriale che ci aspetteremmo da un Ministro. Perché aspettarsela?

Perché un Ministro è una figura che non rappresenta solo se stessa, ma un’intera organizzazione, e anche un popolo. In più, ci piacerebbe poter pensare al Ministro della Pubblica Amministrazione come ad una sorta di “pater familias”, che ami i propri figli, che sono, appunto, i dipendenti della Pubblica Amministrazione, e sia per loro un punto di riferimento ed un supporto. La generalizzazione non fa mai bene, e non va mai bene. L’uomo Brunetta è libero di avere le proprie idee, come tutti, ma in quanto rappresentante pubblico ha dei doveri. Tra questi, pensare bene a ciò che dice, ed al peso che può avere sull’opinione pubblica come sulla vita del singolo individuo.

– Analisi delle strategie comunicative, secondo i criteri di una comunicazione valoriale che ponga la persona al centro, applicata alla vita ed alle relazioni. A cura della dr.ssa Annarosa Pacini

LO SMART WORKING E I LUOGHI COMUNI SUI DIPENDENTI PUBBLICI

Brunetta: «(…) piuttosto che chiusi in casa con il telefonino sulla bottiglia del latte a fare finta di fare smart working, perché diciamocelo a far finta di lavorare da remoto, a parte le eccezioni che ci sono sempre, vaccini e presenza con l’organizzazione migliore del lavoro»

Questa frase riassume un insieme di stereotipi, nel 2022, piuttosto datata: che il “lavoratore pubblico” (come stereotipo) sia pigro e svogliato, che non si guadagni lo stipendio – a parte eccezioni, che però non sono la regola, secondo le parole del Ministro – e che il manifesto desiderio di tanti lavoratori di poter lavorare in modalità “smart”, ovvero, in telelavoro da casa propria, non sia altro che un desiderio di “far finta di lavorare”.

Se anche fosse vero – e, a parer mio, non lo è – come avrebbe potuto esprimersi il signor Brunetta, nel suo ruolo di figura istituzionale capace di creare valore e visioni positive, con le sue parole? Ecco un esempio di come la comunicazione possa costruire ponti (anziché distruggerli):

“Lo smart working è una grande opportunità, che, grazie al costante progresso tecnologico, anche delle infrastrutture di comunicazione digitale, consente oggi un approccio al lavoro sino a ieri inimmaginabile. Basti pensare la possibilità di lavorare in team, a distanza, grazie ai cloud, di dialogare, di interagire in tempo reale. Il nostro obiettivo, come Pubblica Amministrazione, è quello di ascoltare i nostri dipendenti e trovare la migliore soluzione, che consenta la valorizzazione delle risorse umane e, insieme, l’ottimizzazione dei tempi e dei costi. Lo smart working va in questa direzione.

Certo, non può essere usato indiscriminatamente, in alcuni settori e per specifiche mansioni, non consente il pieno svolgimento delle attività, per alcuni lavoratori può essere un’opzione difficilmente praticabile. Basti pensare alla necessità di avere una postazione di lavoro isolata e dedicata al lavoro, soprattutto quando si ha una famiglia numerosa.

E’ una modalità di lavoro che merita la massima attenzione, e che, ci auguriamo, nel tempo potrà avere eguale dignità di ogni altra modalità sino ad oggi utilizzata. Certo, è necessario che sia disciplinata, nei modi e nei tempi, che ci sia una possibilità di monitorare gli effetti a breve, medio e lungo termine, così da adottare tutti i necessari correttivi, se risultasse evidente che per molti fosse difficile lavorare a casa con lo stesso impegno e gli stessi ottimi risultati che possono ottenere operando nell’ufficio ‘classico’.

D’altronde, per la Pubblica Amministrazione, ormai da tempo, la strada da percorrere è quella del merito, ed il merito si basa sui risultati concreti”.

Un messaggio come questo veicola ben altri concetti. Riconosce il diritto del lavoratore, il suo impegno, dà dignità ad un lavoro che resta tale, e può essere ben svolto, indipendentemente dal luogo in cui viene svolto. Il lavoratore che s’impegna con coscienza, quello che desidera progredire, quello che ha la consapevolezza, anche morale, dell’importanza del suo ruolo di lavoratore “pubblico”, è tale perché quella è la sua natura, la sua attitudine, la sua scelta. Che non cambia, in base al luogo in cui opera.

Non si può negare che lo “smart working” presenti delle criticità, che appartengono però alla sua stessa natura: lavorare da casa significa anche poter lavorare come si vuole, e quindi, richiede di imparare a gestire il tempo del lavoro separandolo da quello della famiglia. Con autonomia, indipendenza, intelligenza (operativi), pur, nella gerarchia dei ruoli e delle competenze, rispondendo al datore di lavoro (la Pubblica Amministrazione X o Y).

Da un punto di vista umano, se il nostro Ministro avesse letto con più attenzione i tanti articoli usciti negli ultimi mesi, avrebbe percepito quanto lo “smart working” possa offrire un miglioramento della qualità della vita. Con lavoratori disposti anche a guadagnare qualcosa meno, consapevoli del tempo guadagnato, grazie al solo risparmio del viaggio casa-lavoro e viceversa. Un tempo importante, nella vita di tutti i pendolari. Sarebbe utile un’attualizzazione del pensiero, che collochi lo smart-working nell’anno giusto. Perché siamo nel 2022, non nel 1922. Lo smart working non è un’idea da libri di Giulio Verne. E’ una realtà.

Da un punto di vista istituzionale, il Ministro mostra, così parlando, una completa mancanza di fiducia nei lavoratori al servizio dello Stato e rafforza l’annosa idea che si tratti di persone che lavorano poco. “Dipendenti della Pubblica Amministrazione”, chiamiamoli con i loro nomi: impiegati, insegnanti, medici, infermieri, poliziotti, carabinieri, vigili, e l’elenco è ancora lungo.
Suona, in un certo qual modo, offensivo, nel suo dire, intendendo l’offesa come una mancanza di rispetto, richiesta dal solo ruolo.

Ma, in fondo, chi è “ministro”? Ce lo ricorda il dizionario:

  • (…) Ciascuno dei capi delle grandi branche dell’amministrazione statale (la cui esatta denominazione sarebbe m. segretario di stato), nominati dal capo dello stato su proposta del presidente del Consiglio, che sono insieme organi costituzionali, in quanto concorrono a formare il governo, e amministrativi, in quanto preposti alla direzione dei ministeri (…)
  • (…) Chi esercita un alto ufficio, agendo in nome e per conto di un’autorità superiore:
  • ministro s. m. [dal lat. minister -stri «servitore, aiutante», der. di minor agg., minus avv. «minore, meno», secondo il modello di magister «maestro» sentito in rapporto con magis «più»]. – In genere, chi è al servizio di una persona, di un’autorità, di un’amministrazione, con funzioni esecutive di assistenza, di collaborazione o anche con mansioni più propriamente servili. (…)

Credo di poterne dedurre, quindi, che il Ministro non sia al servizio di se stesso, né del suo Ego. Benvenuta sarebbe l’era dei politici che usino con saggezza e lungimiranza la comunicazione (oltre che i poteri che il loro ruolo gli conferisce).

La fonte dell’articolo da cui ho tratto i passaggi sopra analizzati è questa:

Smart working, lo stop di Brunetta: «Vaccini e basta far finta di lavorare» (corriere.it)

VOCABOLARIO

“Ministro”, significati, dal dizionario “Treccani”

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