La violenza nelle parole: io dico no

Ogni giorno, mi scorrono davanti agli occhi flussi di parole. Così a te. Parole scritte da padri di famiglia, da madri amorevoli, da professionisti stimati, da giovani e adulti, da persone in difficoltà e persone che ne hanno meno, da chi dovrebbe disporre di strumenti culturali per comprendere meglio le dinamiche sociali, e da chi non ne dispone. Non c’è differenza legata ai ruoli. Parole buone, poche. Riflessioni profonde, a volte. Sentimenti di umanità, sicuramente in minoranza, rispetto alla violenza che trasuda da tanti post, riflessioni di getto, o ponderate – spero di no – che alimentano paure, richiamano l’attenzione solo sugli aspetti negativi, in cui empatia, rispetto, comprensione, dialogo, non esistono o sono bannati. Per quanto mi riguarda, non intendo contribuire a questa deriva. Perchè, di fatto, questo è: lasciarsi andare agli input che arrivano dalla parte meno evoluta che è in ognuno di noi. Ma si può fare di più. Per cominciare, riflettere se, e quanto, si è finiti in questa spirale. Soprattutto, decidere di contribuire ad invertire questa tendenza. Ognuno di noi può molto più di quanto pensi.

La violenza nelle parole è spesso nascosta. Celata dietro ragionamenti apparentemente ragionevoli. Si distingue, dalla vera ragionevolezza, perché trasmette collera e risentimento, giudizi negativi su chi pensa, dice, fa, cose diverse da quelle che stanno bene a chi scrive. Si auto-alimenta. Accusa a destra e a manca, aizza altri sentimenti negativi, e, frase dopo frase, commento dopo commento, il fiume cresce e ti trascina. Non starò ad entrare nel dettaglio degli algoritmi che creano un tunnel per cui tu scrivi una cosa, ti compaiono soprattutto post su quell’argomento, con persone che la vedono allo stesso modo in cui la vedi tu, perciò ti senti appoggiato ed anzi, sollecitato, a postarne ancora. E così il tunnel diventa sempre più stretto, e ti pare che il mondo sia fatto di persone che la pensano tutte come te. E allora, gli altri, sono sicuramente nemici.

Sono dell’opinione che la libertà di pensiero, e di parola – scritta e detta – sia non solo sacra, ma vitale. Perciò rispetto quella di tutti. Ma la libertà che tanto il mondo digitale pare concedere, è in realtà una nuova schiavitù: secondo un servizio di un paio di anni fa, ancora on line, realizzato per “Presa Diretta”, la nostra capacità di attenzione era già inferiore a quella di un pesce rosso. La comunicazione digitale non aiuta a pensare, non aiuta a riflettere, non aiuta a sviluppare il pensiero critico (e ad usarlo bene). Eppure, è una fonte straordinaria di conoscenza. “Il mezzo è il messaggio” diceva Marshall McLuhan. Questo vuol dire che il mezzo della tua comunicazione sei tu, perché tutto ciò che comunichi, esce da te ed a te rimanda. La violenza nelle parole fa male a chi la legge ed a chi la scrive, perché non porta soluzioni, non costruisce ponti, non amplia le reti. Per sapere se anche tu – volontariamente o involontariamente – contribuisci a quest’uso distorto del comunicare, leggi i tuoi post, e poi domandati se avresti potuto esprimere quello che hai espresso in un modo più positivo e costruttivo per tutti, amici e nemici. Cercando soluzioni e punti di incontro, e non puntando il dito.

Per quanto mi riguarda, ho ben chiaro il valore e il potere di ogni parola, come di ogni gesto, di ogni forma di comunicazione. Sono preziosi. Perciò, li uso con attenzione. Quando leggo messaggi da cui traspare rabbia, intolleranza, inciviltà, soprattutto, comprendo lo stato d’animo di chi li scrive. Il linguaggio è direttamente legato all’equilibrio interiore, l’equilibrio alla felicità. Non mi stupisce che, in questo mondo così facilmente preda dell’inganno, ci sia così tanta infelicità, e così poco equilibrio. Pur tuttavia, anche se scelgo la strada del dialogo e dell’ascolto, non vuol dire che non esprima il mio pensiero, né che sia d’accordo con tutto e con tutti. Anzi, potrei iniziare qui a farti un elenco, mi limito ad un esempio.
Ritengo che le persone che occupano posti di rilievo, particolarmente se rappresentano un Paese, un popolo, un’organizzazione, dovrebbero avere comportamenti di grande esempio e massima correttezza, essere preparati dieci, cento volte di più di chi non occupa quel posto, essere abbastanza ambiziosi da voler costantemente crescere ed anche umili in modo giusto, cioè capaci di comprendere che quel posto che occupano non li rende migliori degli altri, né superiori. Penso lo stesso anche degli esperti. Perciò sono in completo disaccordo con chi, solo per interessi personali, per un momento di visibilità, perché ha una sua personale visione della vita che crede debba essere applicata a tutti, apre la bocca e parla, o scrive, senza quel rispetto, saggezza, comprensione, compassione, di cui sopra. Li trovo deprecabili e deleteri. Questo è solo un esempio. Mi riservo di entrare più nei dettagli, in qualche prossimo articolo.

Ma per venire a te, ed a me, cosa possiamo fare? Tu non so, cosa vuoi fare. Io so cosa voglio, e posso fare. Questo clima di tutti contro tutti, di cattiveria latente che “qui lo scrivo tanto si può, così mi sfogo”, di mancanza di rispetto, non lo amo. Lo trovo avvilente e pericoloso. Mi rattrista e penso che non faccia bene a nessuno. Perciò non voglio contribuire. Ho deciso di andare contro corrente. Perchè in mezzo a questo flusso ci stiamo tutti, ma non vuol mica dire che dobbiamo farci trascinare o che non ci sono altre vie. Io scelgo la via che ritengo giusta, in cui violenza, aggressività, intolleranza, cattiveria e prevaricazione non hanno spazio. Mi piace combattere, ma usando le armi più potenti dell’umanità, le armi del bene, del buono, della pace, del dialogo, della comunicazione.
Mi piace la fermezza. L’idea del saggio filosofo e guerriero, della forza interiore, della chiarezza della mente. E sono anche convinta che, nonostante social e mass media, per ragioni molto utilitaristiche, spesso diano più spazio alle voce negative, alle paure, alle violenze ed al peggio del mondo, la maggior parte delle persone siano altro. I guerrieri del bene sono ovunque, e nel flusso delle parole, per fortuna, ci sono anche le loro. Usa le tue parole per costruire. Fai sentire la tua voce senza zittire quella degli altri. Sostieni la tua tesi rispettando chi la pensa diversamente. Non importa che tu sia d’accordo con il mio punto di vista, anzi, puoi essere in disaccordo quanto vuoi. Io ti ascolterò sempre, e lo stesso, con il massimo rispetto. C’è sempre da imparare, basta guardare fuori dal tunnel. (Annarosa Pacini)

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